| Ultimo aggiornamento: Last update: 06-06-2008 |
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| Associazione Guide e scout Cattolici Italiani - Zona Sebino (Bs)
Italian Catholic Guides and Scouts Association - Sebino District (Bs) |
Solitamente quando si torna da un viaggio si porta con sé un bagaglio pienissimo di ricordi, emozioni, impressioni belle e brutte, nostalgie, piccole tragedie, amicizie.. di tutto.. Ma dopo un viaggio di questo tipo il bagaglio è ancora più ricco.. Oltre ai posti visitati ricordo le persone che vi ho incontrato, oltre alle esperienze, ricordo con chi le ho condivise (ed eravamo in 30.000!) oltre all'ansia di quando dovevo partire, ricordo l'attesa lunga e strana di quando dovevo tornare. Sono tantissimi i ricordi, sono confusi, belli e mentre scrivo affiorano in un modo impressionante, sono sempre di più, ogni istante che passo a raccontarli.
Dire che l'esperienza del Jamboree è stata bella, sarebbe, è, riduttivo, ma non esiste neanche forse un aggettivo adatto per descriverla, quindi ripercorrerò con voi il lungo viaggio che ho compiuto, prima di partire, una volta giunta in Thailandia, e al ritorno..
Un viaggio a volte un po' lacunoso, a volte un po' pesante, ma sicuramente sempre ricco di molta agitazione e ansia per l'avventura che stavo per vivere... Quando mi è arrivata la prima lettera mancava un anno, poi passato velocemente senza che me ne accorgessi e senza che mi rendessi conto di quanto era vicina la partenza... Così come sono trascorsi velocemente i venti giorni in Thailandia, probabilmente a causa delle giornate fortunatamente piene e lunghe...
Quello che mi spetta ora, che in realtà mi spetta da qualche mese, è il compito più difficile: raccontare alle persone che in qualche modo mi hanno appoggiato, a tutti coloro che vogliono sapere qualcosa di più sul mio viaggio, a tutti coloro che vorranno affrontare un'esperienza simile in futuro, quello che ho vissuto, le sensazioni che ho provato e cosa mi è restato. Forse è più difficile di quanto era preparare la valigia, di quanto era salutare tutte le persone che non avrei visto per un po', di quanto era dover risalire un'altra volta su quell'aereo arredato in colore violetto ricco di sorridenti hostess tailandesi che offrono un maleodorante, per me, cibo da aereo.
Quello che ho vissuto mi invoglierebbe a raccontarvi ogni minuto, ma risulterei noiosa, quindi devo trovare un modo per far sentire ognuno di voi partecipe, come se foste stati presenti, come se aveste provato quello che sentivo io e rendervi partecipi dei grandi messaggi e insegnamenti che un'iniziativa grandiosa come il Jamboree porta con sé.
Prima di tutto qualche sensazione per darvi l'idea del clima.
Il caldo, la polvere, la sabbia, il cibo poco variato (ogni giorno nel supermercato per decidere cosa mangiare le possibilità erano due: pasta -senza grandi sughi- o uova e tonno in scatola), il bagno nel mare fatto il primo gennaio con una temperatura esterna che sicuramente si aggirava sui 30 gradi, il mio corpo che alla fine del viaggio si era abituato a sopportare una giornata intera con quel caldo/umidità (il 26 Dicembre, arrivati a Bangkok alle sei di mattina, abbiamo aspettato in mezzo a dieci autobus di caricare i nostri bagagli: immaginate il caldo, lo smog, l'umidità -che erano, nonostante l'ora, già notevoli- che accoglienza ci hanno dato), gli autobus, che potremmo definire kitsch, corredati di tendine orlate color rosa acceso e corone di fiori appassiti.
Ma cosa ha fatto sì che questo Jam per me sia stato così unico?
Le sensazioni e le immagini più belle sono altre: quelle che vanno di là delle particolarità di un paese in certi aspetti così diverso dal mio, sono tutte le occasioni di scambio, confronto, conoscenza, divertimento e riflessione che il Jam mi ha offerto...
Il mio solo, unico e gran desiderio quando sono partita era quello di conoscere tante altre persone, comunicare con loro, trascorrerci del tempo e condividere delle attività.
Persone che a volte avevano molte cose in comune con me, altre volte parlavano una lingua completamente diversa e ci si capiva solo tramite il fantastico linguaggio del corpo o l'espressione del viso, persone che alle sei di mattina erano già in piedi e attive come non mai a prepararsi un riso fritto con carne e uova -mentre noi italiani eravamo ancora davanti ai lavandini a cercare di svegliarci-, persone che hanno una cultura e una religione completamente diversa.
Per rendervi meglio l'idea descrivo una giornata tipo (anche se ogni giornata era organizzata in modo diverso).
Immaginatevi di dormire in una tendina con altri due italiani, uno dalla Puglia l'altro dal Veneto, la mattina vi svegliate alle 6.00, andate in bagno e mentre vi lavate la faccia parlate con un tailandese. In doccia trovate un francese e quando andate al supermercato trovate un canadese. Fate colazione con altri 36 italiani e poi svolgete le attività del mattino incontrando tantissime persone da TUTTO IL MONDO. Per pranzo, ahimè, se siete fortunati perché avete tempo cucinate, se vi va male, la compagnia di catering vi farà dono di una bellissima e coloratissima scatoletta di cartone contente una sottospecie di cibo internazionale corredata di succo e tortina e frutto (sconsiglio a tutti il menu vegetariano), e alla fine del campo quando sarete dimagriti di qualcosina saprete chi ringraziare. Pomeriggio simile alla mattinata, persone da tutto il mondo che condivideranno con voi ogni genere di attività, alle 5 tornando alla vostra tendina un Filippino vi ferma e vi invita alla festa di contingente, alle sei altra tappa al supermercato, altro americano, inglese, etiope, svedese, russo, cinese; per finire serata di sottocampo, le mille facce che bene o male vedi tutti i giorni e poi a dormire alle 11 passate. Più o meno era la nostra vita. Occasioni di scoperta ovunque, occasioni di scambio pure. Era la nostra giornata.
È stato difficile vivere pienamente ogni momento e occasione che mi si offriva, a volte la stanchezza sopraggiungeva.
È stato difficile comprendere il significato che ogni attività portava con sé. Le attività erano molto diverse: un giorno si andava a fare servizio-volontariato in posti vicini al sito, un giorno si passava in acqua prima su zattere di legno, poi su canoe, poi su barche a vela, un giorno si passava a scoprire alcuni fenomeni scientifici, un giorno si andava al Crossroad of cultures, un giorno si esplorava la natura muniti di una sola cartina e poco altro, e tante altre attività tra le più svariate! Ognuna di queste con un singolo e preciso obiettivo e significato, ognuna ci ha lasciato qualcosa che ci potrà servire durante la vita.
È stato difficile ripartire e lasciare tutti, tutto e soprattutto i miei compagni di noviziato (40 ragazzi da tutta Italia, dalla Puglia alla Valle d'Aosta, ognuno con le sue abitudini ma tutti affiatati e disposti a mettersi in discussione e a disposizione di tutti), purtroppo però il Jamboree è destinato a finire, anche se ci siamo ripromessi di rivederci quest'estate in giro per l'Italia, o al prossimo Jamboree, cosa che mi intriga ancora di più.
È difficile riparlarne ora perché i ricordi si accumulano, ritornano tutti insieme: devo selezionarli e scriverli e in questo momento mi viene un po' di nostalgia.
Per concludere, al jamboree ho provato alcune emozioni bellissime e uniche, ho incontrato 30.000 "fratelli scout" e ho imparato a conoscere e a mettere in comune con loro qualcosa, sono cresciuta, diventata più sensibile ad alcune cose, ho imparato a stringere bei rapporti con le persone che avevo accanto, ho imparato a formare un gruppo solido con gli altri trentasei ragazzi del mio noviziato, ho "esplorato l'invisibile" come diceva una frase sul libretto di presentazione, mi sono impegnata per rendere concreto il motto del jamboree SHARE OUR WORLD, SHARE OUR CULTURES e ho cercato di fare del mio meglio in quanto fortunata che ha potuto partecipare e soprattutto rappresentare il mio gruppo e l'Italia, mi sono impegnata per raccogliere e memorizzare ogni singolo momento da raccontare e condividere anche con voi.
Ma la cosa più bella in assoluto, quella che per sempre ricorderò, il messaggio più importante che voglio trasmettervi, è che per 20 giorni ( P.S. parlo di venti giorni perché nonostante il jamboree vero e proprio sia durato dal 28 dicembre al 7 gennaio, in Thailandia sono arrivata il 25/26 dicembre e sono ripartita l'11/12 gennaio) 30.000 ragazzi, ragazze, uomini e donne da tutto il mondo hanno vissuto insieme, abbiamo vissuto insieme. Per 20 giorni ragazze e ragazzi "occidentali" e "arabi" hanno cantato e ballato insieme, per 20 giorni non ho mai vista una minima discussione né un conflitto tra due ragazzi di culture diverse, per 20 giorni abbiamo cantato, pregato, mangiato, vissuto insieme nel rispetto dell'altro, delle sue abitudini e delle sue origini, nel solo desiderio di conoscere, per poi poter capire. Nessuno si riteneva superiore né per religione, né per cultura, né per intelligenza, nessuno prevaleva su altri.
30.000 persone finalmente accomunate dagli stessi diritti.
30.000 persone finalmente considerate allo stesso modo.
Sono sincera, forse felice, sicuramente speranzosa quando dico che il Jamboree è la maggiore, semplice, chiara e più significante esperienza e dimostrazione di PACE che abbia vissuto.
La pace non è solo utopia, si può realizzare, ma solo quando si smetterà di ritenersi superiori ad altri solo perché portatori di cultura "occidentale" piuttosto che "araba", o di religione buddista piuttosto che cristiana.
Viviamo adesso in un mondo in cui le parole "diritto", "giustizia", "verità", "democrazia" spesso si confondono. Un mio desiderio sarebbe che la PACE invece non sia mai confusa con nient'altro.